giovedì 18 gennaio 2018
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Arbitro, questo sconosciuto

- 16 ottobre 2013

Oggi vorrei porre in risalto una componente nobile del calcio e, in particolare, del calcio a 5: l’arbitro, giudice implacabile e incompreso. La figura dell’arbitro, da che mondo e mondo viene considerata una variabile (impazzita, per chi vuole giustificare la sconfitta), non un dato di gioco certo, come sono le altre componenti della gara. Bisogna convincerci che l’arbitro fa parte del triangolo agonistico con giocatori e allenatore. Guardo da sempre con mente serena il loro operato perché ho vissuto negli anni ’70 uno splendido periodo arbitrale che mi ha portato a raggiungere il massimo livello regionale. Mi onoro di aver fatto parte di quel mondo composto da persone serie, motivate, animate dallo stesso fuoco della passione e amore per questo gioco che tanto ci fa trepidare e sospirare. Ricordo la sezione A.I.A. di Milano che ho frequentato: bella, antica e austera, che si affacciava in Galleria e guardava la maestosità del Duomo con la sua Madonnina. Mi allenavo duramente dopo l’orario di lavoro in compagnia di Silvano, mio collega purtroppo scomparso. Fu lui a convincermi a partecipare al corso di arbitro. Dopo aver sognato, ed essere andato vicino al calcio professionistico, lasciai tutto per avventurarmi nell’arbitraggio. Ho percorso in lungo e in largo, da nord a sud, la Lombardia, sfruttando la centralità di Milano. Mio grande maestro è stato Paolo Casarin, arbitro internazionale, che mi diceva: “Il miglior arbitro è quello che sbaglia meno e noi dobbiamo tendere a commettere sempre meno errori”. Quando ero vicino a scalare le categorie nazionali sono stato fermato per limiti d’età (avevo 30 anni). Continuai ancora per due anni, poi passai dall’altra parte, divenendo allenatore e trasferendomi in Abruzzo (per lavoro), dove tuttora vivo con la mia famiglia. In quella parentesi di vita è maturata un’esperienza che ha sagomato il mio carattere rendendolo più riflessivo e più comprensivo nei rapporti con gli altri. Ricapitolando, certamente per me è più facile dispensare un sorriso, porgere un saluto in un clima di educazione e rispetto perché, allora come adesso, sono valori e segni di grande civiltà che apprezzo e dovrebbero essere consuetudine e normalità di tutti. Siccome quando ho arbitrato ho sempre posto in essere l’autorità (non l’autoritarismo) e la semplicità (non l’arroganza), qualora incontro arbitri (per fortuna pochi) che sono ostili e dispotici mi amareggio, mi metto in disparte pur restando collaborativo. Penso che a tutti piaccia lavorare in un’atmosfera serena e cordiale nel rispetto dei ruoli. Spesso è successo che, dopo aver visto arbitrare un giovane, mi sia permesso di commentare eventuali divergenze sempre con chiaro intento di costruire un rapporto corretto d’espressione democratica. Un saluto e un in bocca al lupo a tutti gli arbitri, ci rivedremo presto!