martedì 21 novembre 2017
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Questione di dignità»: la verità di Marco Giampaolo

- 17 novembre 2013

«La dignità non ha prezzo». Marco Giampaolo, allenatore di Giulianova, ha confessato a La Repubblica la sua verità su quanto accaduto a Brescia. Un bel progetto, le pressioni degli ultrà, l’astio nei confronti del suo vice Fabio Gallo (un passato nell’Atalanta) e una società che verosimilmente avrebbe dovuto e potuto fare di più per difenderlo da input esterni invasivi e poco opportuni. Ecco i 3 passaggi chiave dell’intervista. «Quando andavano in visita nei club i più alti dirigenti parlavano di promozione subito. Così hanno cominciato a fischiarmi dopo il secondo pareggio, a Bari. E a contestarmi più forte dopo la sconfitta interna col Crotone. Quel giorno l’addetto stampa della società si presenta con due uomini della Digos. Mi dicono che bisogna andare dai tifosi per un chiarimento. Chiarimento di che? chiedo. Bisogna andare per motivi di ordine pubblico, mi dicono, perché altrimenti di qui non fanno uscire nessuno». Giampaolo accetta («E’ stato un errore da parte mia», dice) e va all’incontro. «Ci sono lì otto o dieci ragazzi. Uno lo riconosco, dev’essere il capo, era venuto a mettermi una sciarpa al collo il giorno della presentazione ufficiale, e a dirmi che non volevano Gallo. Gli dico che con lui non parlo perché era già prevenuto. Un altro mi critica sul modulo di gioco. Se non sei soddisfatto, gli rispondo, vai da Corioni e digli di esonerarmi. Mi guardano storto ma non c’è nessuna minaccia, questo l’ho detto anche alla Digos quando mi ha chiesto informazioni, a distanza di tempo. Questa però è la classica goccia che fa traboccare il vaso. La vivo come un’umiliazione assurda e dico basta. Avviso Iaconi e Fabio, il figlio del presidente. Allerto i miei collaboratori perché provvedano all’allenamento del giorno dopo. Mando un messaggio a Zambelli, il capitano. E non mi muovo da casa, a Brescia. Non parlo per non disturbare l’ambiente. Hanno cercato di farmi passare per uno squilibrato, hanno messo di mezzo Chi l’ha visto?, hanno cercato di farmi cambiare idea ma non l’ho cambiata. E’ una questione di dignità». La chiosa emblematica su quello che è diventato il calcio, oggi, secondo il tecnico giuliese. «Avevo un triennale e ho rinunciato a un po’ di soldi, come a Brescia del resto, ma la dignità non ha prezzo. Sono cresciuto seguendo certi principi. Allegri è un amico, ma io dopo l’intervista con a fianco Inzaghi mi sarei dimesso. Il calcio è cambiato in fretta, prima era un simbolo Maldini, poi Cassano e adesso Balotelli».