martedì 21 novembre 2017
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Alluce valgo: perché il carico provoca dolore

- 29 novembre 2013

L’alluce valgo è una delle patologie più diffuse a carico del piede. E’ caratterizzato da una deformità del primo dito (l’alluce, appunto) che comporta una deviazione laterale della falange, con lussazione dei sesamoidi, due piccole ossa entro le quali si trova l’articolazione dell’alluce. In genere, questa deformità è accompagnata da una tumefazione dolente della parte interna del piede, la cosiddetta “cipolla”, che altro non è che una forma di borsite, cioè di infiammazione da sfregamento con la calzatura. La causa dell’alluce valgo può essere primaria o congenita – con la tendenza a svilupparsi nell’età dell’accrescimento – o secondaria o acquisita, come nelle forme rachitiche, infiammatorie, infettive, tropiche, traumatiche, ecc. Il paziente che soffre di alluce valgo, oltre che nella zona della “cipolla”, prova dolore sotto carico nella pianta del piede. Ma sono le conseguenze estetiche e, soprattutto, funzionali, cioè eventuali problemi legati alla deambulazione, talora anche invalidanti, che lo spingono a rivolgersi a uno specialista. Per risolvere il problema in modo definitivo, bisogna ricorrere all’intervento chirurgico. Esistono diverse tecniche per il trattamento dell’alluce valgo: alcune agiscono sull’osso, altre sulle parti molli e altre ancora su entrambi. Prima dell’intervento è necessaria però una precisa valutazione clinico-radiologica del piede in scarico e sottocarico, stabilendo l’ampiezza in gradi della deviazione ossea e tenendo conto, naturalmente, dell’età, del sesso, dell’attività motoria del paziente, ecc. Il trattamento dopo l’intervento prevede una prima fase in cui si effettueranno terapie strumentali, quali TECARterapia, ultrasuono terapia, al fine di ridurre l’edema e l’infiammazione che si è creata fisiologicamente le terapie suddette, in particolare la TECAR, avranno un ruolo importante nella riparazione più rapida dei tessuti danneggiati a causa dell’intervento stesso. In un secondo tempo la priorità sarà quella di restituire il prima possibile una mobilità normale all’articolazione ricostruita, tramite mobilizzazioni passive ed esercizi di kinesiterapia graduali nel tempo. Il controllo radiografico a 3 mesi darà un’idea dell’evoluzione della prognosi, ed in caso positivo si potrà cominciare ad inserire nel programma di recupero una rieducazione del passo e di un atteggiamento posturale che inevitabilmente ha subito delle modificazioni ed un conseguente adattamento dell’intero organismo.